Ieri, come sempre ognuno di noi avrà fatto le sue cose ma ieri non è stato giorno qualunque.

Ricorreva infatti l’anniversario della Strage di Via D’Amelio dove, in un attentato mafioso persero la vita il Giudice Borsellino e la sua scorta. Sui social, ai TG e non solo la notizia è passata in tanti modi e in variegate forme.
Personalmente, tra le tante che ne ho sentite mi ha colpito una frase del Giudice Falcone che, a dire il vero neppure ricordavo. In un’intervista del 1992, egli disse «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.» Quindi a mio modo, e per come mi compete eccomi qua.
Non esiste la psicologia della Mafia e addentrarsi in certi meandri è un po’ rischioso o, meglio, richiede un approccio interdisciplinare, capace di integrare prospettive cliniche, sociali, culturali e giuridiche (Di Blasi et al., 2015). Come ben spiegato da Arlacchi (1993) la Mafia non è solo un’organizzazione criminale, ma un sistema culturale e valoriale che plasma profondamente l’identità individuale e collettiva. La famiglia mafiosa, che agisce come agenzia di socializzazione primaria, instilla sin dall’infanzia valori come l’onore, la vendetta e la supremazia del gruppo sull’individuo tanto che i giovani “attivi” in questi contesti crescono vivendo la violenza come un valore normalizzato e dove i confini tra bene e male sono volutamente trasmessi come moralmente ambigui (Ibidem, 1993).
Inoltre sono stati individuati (Santino, 2009) i meccanismi psicologici alla base della cultura omertosa, dominante nelle associazioni di stampo mafioso. Essi sono la dissociazione, la paura e la razionalizzazione. In tal modo gli individui interiorizzano il silenzio come strategia di sopravvivenza. E come se ciò non fosse già abbastanza è possibile affermare che nei contesti mafiosi si riscontra una maggiore prevalenza di tratti antisociali di personalità e distorsioni cognitive che giustificano l’uso della violenza (“lo faccio per la famiglia”, “la legge dello Stato è ingiusta”) e fenomeni dissociativi o di anestesia emotiva nei soggetti coinvolti in attività criminali fin da giovani. (Di Blasi et al., 2015).
«La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale.»
«…che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.»
Cristina Rigacci
(psicologa e psicoterapeuta)
immagine tratta da Ministero della Difesa
