Ci siamo quasi, oggi è Palio!!
E’ il giorno in cui, allo scoppio del mortaretto, vedendo i canapi tirati, ognuno di noi, nel proprio rigoroso silenzio invocherà la sorte sperando in una vittoria e/o, comunque, di non esse’ ripurgato.

In una semplice quando veritiera affermazione ho volutamente usato alcuni termini prettamente senesi. Perché il Palio (Balestracci, 2019), tra le tante cose, ha anche un suo lessico preciso (e guai a sbagliarlo a dire fune invece che canape, il senese ti si rigira come una bestia oggi ma un po’ sempre!!).
Questo ha una forte valenza identitaria e simbolica, che trascende la semplice comunicazione di informazioni andando a configurarsi come codice condiviso che preserva la memoria collettiva e rafforza il senso di appartenenza alla comunità e alla propria contrada (Crocetti, 2023; Barth. 1969).
Inoltre, può essere precisato (Anderson, 1983) che le espressioni, i motti e le formule rituali associate al Palio contribuiscono a costruire e trasmettere significati relazionali, favorendo coesione e continuità intergenerazionale.
In questo senso, il linguaggio paliesco può essere compreso come una forma di tradizione narrata, che rende concreta e quotidiana l’appartenenza alla comunità immaginata della contrada.
Avendo come riferimento quanto affermato da Bion (1962) – secondo il quale i sistemi simbolici condivisi svolgono la funzione di contenitori psichici, capaci di trasformare emozioni grezze e talvolta ambivalenti in rappresentazioni socialmente condivise e pensabili – può essere legittimo asserire che la ripetizione delle parole e dei rituali linguistici in contesti emotivamente intensi (come quello paliesco) permette una condivisione affettiva che rinforza i legami e facilita processi di regolazione emotiva collettiva.
Cristina Rigacci
(psicologa e psicoterapeuta)
Foto Giulia Brogi comune di Siena
