“Le parole sono, nella mia non modesta opinione, la nostra massima e inesauribile fonte di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo”.
Quando mi è stata chiesta una riflessione sull’uso delle parole ho subito pensato a questa citazione presa dal film di Harry Potter (“I doni della morte -seconda Parte). Non so se la Rowling o Kloves (rispettivamente scrittrice e sceneggiatore del film) lo sapessero, ma già in questa frase, a mio modesto parere, possiamo ritrovare il senso più profondo di quanto oggetto di questa mia analisi.
Infatti, il linguaggio non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma un sistema simbolico che favorisce la strutturazione del pensiero e che media l’esperienza soggettiva del mondo (Vygotskij, 1934/1990).
Non a caso è proprio la capacità di nominare, descrivere e narrare che consente di organizzare le percezioni, costruire significati condivisi, sviluppare la consapevolezza di sé (Bruner, 1983; Tomasello, 2003) e favorisce la mentalizzazione, ossia la capacità di comprendere e rappresentare gli stati mentali propri e altrui (Fonagy et al., 2002).
Premesso quanto sopra spesso ci si interroga su quali parole usare e in quale contesto. Forse perché consapevoli del grande potere delle parole (Silente docet!!) siamo spesso e troppo presi dal politically correct tanto da aver paura a nominare certe cose con il loro nome per evitare di urtare la sensibilità del nostro uditore.
A tal proposito, personalmente, credo vada ricordata l’importanza di guardare (e/o nominare) la realtà, accettandone gli aspetti piacevoli e spiacevoli come passaggio fondamentale per il benessere psichico e l’adattamento sociale.
Che poi non è altro che quello che il buon vecchio caro Freud (1911) attribuisce alla funzione del principio di realtà: ovvero quel meccanismo psichico che consente all’individuo di modulare i propri desideri in funzione delle circostanze, operando come fondamento dell’adattamento e della convivenza sociale.
Cosa, dunque voglio dire? Che è’ importantissimo (Fonagy et al., 2002; Pennebaker, 2011) “chiamare le cose con il proprio nome” perché ciò ha un valore trasformativo. Non a caso, anche da un punto di vista socio-culturale, l’uso di un linguaggio chiaro e non eufemistico contribuisce a ridurre lo stigma legato a determinate esperienze o condizioni, come nei campi della salute mentale e delle discriminazioni (Corrigan & Watson, 2002).
Nominare in modo corretto e diretto può quindi essere un atto di empowerment personale e collettivo (Ibidem, 200). Che poi, scusatemi, assumersi il piacere rischio della propria mente e del proprio pensiero è uno dei compiti evolutivi che ciascuno di noi dovrebbe raggiungere (Crocetti, 2022); quindi se ho un pensiero, perché modulare la sua espressione linguistica con l’utilizzo di formalismi, edulcorazioni o addirittura omissioni?? A cosa e a chi servirebbero??
Secondo me solo a noi stessi per nascondere quella realtà spesso scomoda che non riusciamo o vogliamo vedere!
Cristina Rigacci
(Psicologa e Psicoterapeuta)

