Stanno arrivando gli ultimi “colpi di coda” di questo periodo di festività e celebrazioni varie che sono annesse e connesse al Natale.

In questi giorni ci siamo abituati a vedere luccichii importanti, tavole con apparecchiature sfavillanti e tanto tanto altro. In molti hanno associato, a torto o a ragione, l’idea delle festività natalizie con quella di consumismo.

A tal proposito, a me ha molto emozionato il pensiero la nostra Kety Prosperi mi ha onorato di ricevere quindi lascio la parola a lei.

Ci tengo però a chiarire che, almeno per come la posso sapere io, in campo psicologico è stata riscontrata una correlazione tra consumismo e Natale dove quest’ultimo sembra assumere una funzione difensiva e compensatoria rispetto a vuoti affettivi o a difficoltà di mentalizzazione delle emozioni (McDougall, 1992; Bauman, 2007).

Tuttavia quello che gli studiosi mettono in evidenza parlando di consumismo e Natale (Winnicott, 1971; Minuchin, 1974; McDougall,1992) è un recuperare il senso del limite e della simbolizzazione nella misura in cui non si dovrebbe demonizzare il consumo, ma restituirgli una funzione coerente con i bisogni emotivi profondi: il dono come gesto relazionale, il tempo come spazio di incontro, il rito come contenitore di significati condivisi.

In questa prospettiva, il Natale può tornare a essere non tanto un evento da performare, quanto un’esperienza da abitare, anche nelle sue inevitabili ambivalenze. Che poi è la stessa conclusione a cui è arrivata la nostra Katy!!

“Se il Canto di Natale fosse scritto oggi, Scrooge non camminerebbe più tra le nebbie di una Londra ottocentesca, ma tra notifiche incessanti, schermi luminosi e vetrine digitali che promettono felicità in saldo. Guarderebbe il Natale con lo stesso sospetto di allora, forse ancora più disilluso: direbbe che è diventato una corsa affannosa, un evento da esibire, un obbligo sociale travestito da festa.

Direbbe che il Natale dei nostri tempi parla molto di condivisione, ma spesso dimentica l’incontro; che moltiplica le parole di auguri, ma riduce il silenzio necessario per ascoltarsi davvero. Criticherebbe l’illusione di essere connessi mentre si resta soli, l’idea che basti un pacco regalo per colmare vuoti che durano tutto l’anno. Per Scrooge, il Natale moderno sarebbe una vetrina accesa su un mondo stanco, che confonde il valore con il prezzo e l’amore con l’apparenza.

Eppure, come nel racconto di Dickens, anche oggi Scrooge non resterebbe prigioniero del cinismo. Di fronte ai fantasmi del nostro tempo – la fretta, l’indifferenza, la paura dell’altro – comprenderebbe che il Natale non è ciò che mostriamo, ma ciò che scegliamo. Capirebbe che la vera ricchezza non è l’accumulo, ma il tempo donato, lo sguardo che riconosce, il gesto che non fa rumore.

Così, il suo giudizio finale non sarebbe una condanna, ma un invito: ricordarci che il Natale non chiede perfezione, ma presenza; non chiede lusso, ma umanità.

E forse direbbe, con una voce meno aspra di quanto immaginiamo, che il Natale ha ancora senso solo se smette di essere una data e torna a essere una possibilità quotidiana di cambiare.”

Cristina Rigacci

Psicologa e psicoterapeuta

Catia Prosperi

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