Questa e’ la storia di una vita stroncata da una malattia. Ma non e’ la storia di una fine ma di un inizio.
Potrebbe essere la storia di un ragazzo volato in cielo a 19 anni: in realtà e’ più la storia di quello che lui ha lasciato sulla terra. Una testimonianza, un ricordo che non moriranno.
Allora proviamo a raccontarla questa storia attraverso le parole di una persona che l’ha vissuta a pieno: Francesca mamma di Alessandro Di Giovanni (per chi gli ha voluto bene, “Digio”).
Occhi che sorridono, voce sicura: incontriamo Francesca, attraverso una videochiamata, in una mattinata fredda ma di sole. Il calore giunge dalle sue parole.
Senza fare domande, senza strutturare argomentazioni, Francesca in modo naturale e senza schemi, semplicemente, mette insieme i ricordi apre il cuore e racconta suo figlio.
“Alessandro ci ha lasciato un tesoro che non potevamo tenere per noi: in ogni momento ha saputo mantenere il sorriso, sorprenderci con il suo carattere, coltivare amicizie, proseguire studi, essere educatore in oratorio e reale credente in Dio”.
Le emozioni giungono da lei a noi: tutte, forti. E’ un fiume in piena, un’onda di ricordi. Sullo sfondo la vicenda umana di un ragazzo colpito, da bambino, da una malattia rara affrontata e vinta. Poi una vita normale, 2 fratelli tanti amici, lo sport e i libri.
Fino ad un dolore che annuncia la presenza di un nemico forte prepotente, egoista.
Qualcosa che, purtroppo, prima porta via un braccio (amputato) e poi il resto.
In trincea, contro il male dentro di lui, Digio ha lottato in Italia e in America (provando a seguire una cura sperimentale). Come un leone.
“Non lo abbiamo mai lasciato solo perché quello che fa la differenza nella sopportazione di chi vive il male e’ l’essere voluti bene, sentire qualcuno accanto che ti vuole bene”.
Francesca parla e non si rende conto di lasciare in chi ascolta l’idea di un concetto essenziale: l’avere cura degli altri arricchisce non solo chi le cure le riceve.
Ma non basta. Francesca va oltre ricordando tutto l’affetto ricevuto: “quello che fa la differenza e’ la vicinanza. Percepire qualcuno vicino aiuta sempre e permette di evitare di sentirsi soli. Abbiamo avuto tante manifestazioni in questo senso: in Italia come in America. Abbiamo ricevuto molto di più di quanto ci aspettavamo“.
E’ grata questa mamma alle persone ma anche alla vita. “Parlo di lui anche con i ragazzi: la sua storia salva. In tanti, trovano stimolo, voglia di non mollare , desiderio di crescere. In una parola, speranza”.
Sono passati 30 minuti e non ha mai pianto. Poi, per un attimo, i suoi occhi si velano: “la malattia non e’ stata mai un ostacolo alla sua felicità. All’ultimo esame, 10 giorni prima di morire, ha preso 30 il massimo dei voti”.
E ora? I genitori di Digio, i suoi 2 fratelli e tanti amici hanno deciso di creare una fondazione che ha l’unico nome che avrebbe potuto avere “proDigio”. L’obiettivo e’ aiutare le famiglie che si trovano in quella stessa trincea, in quella stessa battaglia. Aiuto non solo economico ma anche umano.
“Casa ProDigio” vuole essere una struttura di accoglienza per ospitare e accompagnare i pazienti che devono curarsi a Milano lontani da casa. Un’accoglienza per loro e per chi gli vuole bene: serve aiuto per la costruzione di quest’opera.
Per sostenere la fondazione http://www.fondazioneprodigio.com : ogni contributo sarà utile a rendere ancora più forte ed intensa quella luce che questo ragazzo ha acceso.
“Luce nuova” che non si spegnerà. Mai.
La Redazione di Sienasociale.it ringrazia la signora Francesca per la bellezza e l’attualità delle sue parole…
