Questa e’ la storia semplice di un bambino di 10 anni, mio figlio Edoardo, che ha mostrato coraggio e maturità.
Questa e’ anche la storia di operatori sanitari che lo hanno accolto, sostenuto, analizzato e poi “ingessato”.
E’ una storia, forse comune, ma che vale la pena di raccontare per lo scenario un cui si e’ svolta. Siamo a Siena, 20 giugno 2026. Sono circa le 15 di un sabato pomeriggio in cui mi pare di essere a Ferragosto. C’è un caldo intenso, decisamente diverso da quello percepito solitamente in questo periodo.
Edoardo, calciatore in erba, a causa di uno scontro di gioco, ha male ad un mano. Ci rechiamo al pronto soccorso.
Veniamo ben accolti all’ingresso, poi al “triage”. Un giovane sorriso si apre davanti al bimbo: gli viene chiesto cosa e’ successo, come si sente.
Lui risponde. Pare a suo agio. Io mi guardo intorno. Persone di tutte le età attendono pazienti. C’è il signore anziano che si tiene la testa con una busta di ghiaccio. Un ragazzo che ha appena fatto una flebo. Un’umanità diversa: giunta nello stesso posto, per motivi vari, ma con un unico scopo: chiedere aiuto.
Edoardo mi domanda curioso cosa sta accadendo: cerco di tranquillizzarlo mentre mi ribadisce il senso di dolore che lo accompagna.
La pediatra lo valuta e indica necessità di RX: lo consola e lui par già sollevato. Pochi minuti e ci accompagnano per l’esame. Lo devo lasciare solo: “babbo non preoccuparti, torno presto“. Lui che incoraggia me: il momento che di questa esperienza porterò dentro.
Mentre attendo parlo con una signora in barella: e’ li perché si e’ sentita male. In pochi minuti mi racconta la sua vita. Ha perso entrambi i suoi figli recentemente. La ferita che ha nel cuore pare visibile: quanto sarà difficile sopravvivere ai figli mi chiedo. E’ strano come in ospedale siamo abbattuti tutti i muri comunicativi: e’ più facile essere se stessi. Essere più vicini agli altri. “Ti faccio tanti auguri figlio mio”: mi dice. La vedo allontanarsi mentre spingono dolcemente il suo letto con le ruote.
Ancora poco tempo: un’operatrice carinissima allarga le braccia sconsolata. “Purtroppo la frattura c’è”. Pare lei più dispiaciuta di noi. E’ composta dunque non c’è indicazione all’intervento chirurgico. Traggo un grande sospiro di sollievo: qualcuno da lassù ha protetto Edo.
Andiamo in sala gessi dove al nostro protagonista viene applicata una sorta di fasciatura rigida. La dottoressa giovane e bionda (così l’ha descritta poi a sua madre) si occupa di Edoardo mentre mi illustra quale sarà il decorso.
Tutto in modo molto sereno. Non rimane che l’ultimo passaggio dalla pediatra che ci fornisce il referto indicandoci cosa fare in caso di dolore.
Sono passate circa 2 ore. Il tempo e’ volato ed io ho la netta sensazione di averlo condiviso con persone che lavorano sull’emergenza, sul tempo. Con loro i “facilitatori”: un giubbino giallo per distinguersi ed un compito non banale. Cercare di risolvere quei momenti in cui la tensione può giocare “brutti scherzi”
Persone che hanno mostrato un lato umano fondamentale in questi casi. Persone che desidero ringraziare pubblicamente.
