E’ il 3 luglio e anche oggi suona Sunto per celebrare Siena libera, e non (non solo) perchè è stato rimandato il Palio.

Alle sei del mattino del 3 luglio 1944 le truppe francesi del generale Jean de Lattre de Tassigny, con il corpo d’armata comandato dal generale Joseph de Goislard de Monsabert, entrano in città da Porta San Marco, mentre gli ultimi reparti tedeschi la lasciano da Porta Camollia.

Una coincidenza quasi simbolica: gli uni entrano mentre gli altri escono. Lo scrittore Paolo Cesarini racconta di aver assistito alla scena affacciato sulla Piazza del Campo: prima una camionetta tedesca che si allontana nel silenzio, poi una jeep alleata che compare all’orizzonte. Paolo Goretti, allora ragazzo, ricorderà invece un particolare apparentemente insignificante ma impossibile da dimenticare: il rumore dei passi. Non più gli scarponi chiodati della Wehrmacht, ma il passo leggero dei soldati francesi.

La liberazione di Siena avvenne senza la battaglia casa per casa che devastò molte altre città italiane. I tedeschi avevano scelto di non trasformare il centro storico in un caposaldo difensivo, preferendo attestarsi lungo altre linee.

Ma contribuì forse una scelta del generale de Monsabert, grande estimatore dell’arte gotica senese. La tradizione racconta che, mostrando una pianta della città ai propri ufficiali, indicò il Duomo, Piazza del Campo, la casa di Santa Caterina, la Loggia di Pio II e gli altri monumenti ordinando di preservarli.

Alla domanda su dove dovesse sparare l’artiglieria, avrebbe risposto con una frase rimasta celebre: «Tirate dove volete, ma vi proibisco di tirare al di là del XVIII secolo.» Quella del 3 luglio fu una liberazione relativamente incruenta, ma non bisogna dimenticare ciò che la precedette. Ma questo epilogo della guerra a Siena, peraltro in linea con una lotta antifascista sfociata in azioni armate molto tardi, nella seconda metà di giugno, con la liberazione dei prigionieri politici del carcere di Santo Spirito, l’uccisione di alcuni fascisti e uno sfortunato attacco alle retroguardie tedesche proprio nella giornata del 3 luglio, non deve trarre in inganno.

Anche Siena, infatti, ha conosciuto la sua parte di violenze: la deportazione di cittadini ebrei catturati dai fascisti locali, il processo e la fucilazioni di alcuni partigiani, la distruzione di infrastrutture civili e il saccheggio di negozi per mano dei soldati germanici.

Neppure i bombardamenti aerei le erano stati risparmiati e, probabilmente, in realtà, soltanto la collocazione periferica della stazione ferroviaria, lontana anche da aree abitate, obiettivo principale delle incursioni aeree aveva fatto sì che il numero di vittime civili fosse stato inferiore rispetto ad altre città toscane.

Precisazione: come scrive giustamente Alessandro Orlandini, a differenza di ciò che comunemente si crede, gli Alleati non le riconobbero mai lo status di città ospedaliera, cioè “città aperta”. E il motivo fu che le truppe tedesche e fasciste non procedettero alla sua completa smilitarizzazione, condizione indispensabile, prevista dalle norme internazionali, affinché un centro urbano potesse essere riconosciuto bilateralmente come aperto.

Perché allora le distruzioni e i lutti a Siena furono inferiori a quelli di altri centri della Toscana? Per una serie di ragioni, in parte casuali, fra le quali il fatto che la stazione (obiettivo principale degli aerei, insieme al comando tedesco in via Ricasoli) si trovava quasi in aperta campagna. Ben altre sarebbero state le conseguenze se fosse stata dove era in origine e cioè alla Barriera di San Lorenzo, subito a ridosso delle mura cittadine”.

Tuttavia, quando quel mattino del 3 luglio i senesi accolsero i liberatori sventolando le bandiere delle Contrade, non festeggiavano soltanto la fine dell’occupazione ma l’inizio di una nuova pagina di storia.

Maura Martellucci

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