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“Io, la cecità e Libeccio” la storia di Elena

Leggere le parole di Elena è un modo per immergersi in una realtà che non conosciamo. Meglio una realtà, la nostra, che con la luce appare decisamente diversa di come la vive la nostra protagonista: nel buio. Leggere le parole di Elena significa nutrire speranza, voglia di vivere, desiderio di andare oltre gli ostacoli che la vita presenta. Per questo le proponiamo consapevoli che possono essere di esempio, punto riferimento per molti. Ecco a voi, Elena.

Ogni individuo  non vedente può scegliere come muoversi nel mondo, se accompagnato  da altre persone, con l’ausilio di un bastone bianco oppure affiancato  da un cane guida. Queste modalità ovviamente si alternano al bisogno nella mia quotidianità, ma la scelta per me prevalente è quella di percorrere le strade della vita camminando insieme ad  un labrador  biondo di nome Libeccio, che vive  ormai con me da tre anni. Dopo un periodo di allenamento insieme alla scuola di addestramento, in cui Libeccio ed io ci siamo affiatati  tra Scandicci e Firenze, avendo  accanto la presenza di chi lo ha istruito a diventare un cane guida, ad evitare gli ostacoli calcolando lo spazio per entrambi ed a fermarsi agli scalini, Libeccio è venuto a casa con me ed è diventato un compagno di cammino sempre presente.

Io e Libeccio

Da giovane psicologa lui mi ha aiutato  a muovermi per le strade del paese in cui vivo, a prendere treni ed autobus per arrivare a   Siena, per raggiungere l’ambulatorio presso il quale   lavoro in ospedale e la sede dell’associazione U.I.C.I. in cui da più di dieci  anni svolgo con piacere l’attività di volontariato. Libeccio adesso è una presenza affettivamente significativa nella mia vita, è un aiuto prezioso  per me ed io mi prendo cura di lui, ricordando che prima di essere una guida è certamente un cane, non è un bastone bianco che la sera si piega e ripone, ma un essere vivente che ha bisogno di cure quotidiane, gioco ed attenzione. La nostra relazione è quindi uno scambio costante di bene ed uno stare insieme sempre: Libeccio infatti ha accesso nel suo ruolo di cane guida a luoghi come l’ospedale, mezzi di trasporto pubblici, cinema oppure le chiese, luoghi dove grazie alla sua pettorina e all’aiuto che mi dà, si aprono le porte non soltanto per me ma anche a lui come  mia guida a quattro zampe.

Elena Ferroni e il suo Libeccio

Elena Ferroni e il suo Libeccio

Perché UICI e perché volontaria?

L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, quando ho perso completamente la vista all’età di 25 anni è stata la mia casa, ho potuto specchiarmi in altri uomini, donne, famiglie che avevano già vissuto le medesime  difficoltà e le avevano affrontate, ognuno a suo modo, scoprendo una vita di qualità, pur mancando la vista. Quindi UICI  all’inizio è stata un balsamo sulla mia  ferita, un argine alla mia perdita. Grazie all’associazione  ho incontrato  anche professionisti che mi hanno insegnato ad utilizzare il bastone bianco ed i software di sintesi vocale, aiuti senza i quali non avrei potuto laurearmi e riattivare la voglia di muovermi e studiare ancora dopo la perdita della vista. Dunque ciò che ho ricevuto da U.I.C.I. si è presto trasformato nel desiderio di poter restituire ad  altri, attraverso l’esperienza personale vissuta  e la professionalità di psicologa, che certamente oltre alla motivazione di volontaria, mi ha dato un maggior titolo ad esserci  nelle crisi, a poter stare accanto con partecipazione e presenza.

Elena e il sociale, che significa essere di aiuto agli altri

Come donna cattolica praticante e laica consacrata, sono  consapevole che il nucleo del mio dare agli altri muove dal desiderio di assomigliare al modello dei modelli dell’amore, il Signore Gesù, che fa del comandamento dell’amore il motore che lo porta a donare la sua vita. Guardando alla mia storia, essere di aiuto agli altri è un desiderio che si è acceso  dentro di me credo soprattutto da quando ho iniziato la scuola  e da bambina ipovedente mi sono sentita diversa dalla norma, destinataria di aiuti  attenti  e speciali  grazie ai  quali  ce l’ho fatta. E’ perciò   scritto dentro di me che ogni bambino ha valore, che ogni persona ha valore e l’impegno nel  sociale, in particolare con la disabilità visiva, per me è ribadire ogni giorno ed in ogni occasione questo con  determinazione, trovando il modo di volta in volta perché tale  valore possa fiorire. Promuovo questo con le famiglie ed i ragazzi con disabilità visiva che seguo, lo promuovo  quando incoraggio un adulto o un anziano a ricostruire possibilità di vita mentre  diminuisce o perde la capacità visiva, lo promuovo  in rete con i professionisti che con me accompagnano , mettendo confini alle difficoltà legate all’ipovisione, alla cecità, a disabilità complesse che sfidano la vita.

Cosa dovrebbe cambiare la società per essere più inclusiva?

Si include solo quel che si conosce, che ci si dà l’attenzione ed il tempo per conoscere. Per includere bisogna ascoltare, darsi tempo per ascoltare l’altro e fare spazio al suo vissuto. Questa a mio avviso sicuramente anche per deformazione professionale, è la base di ogni percorso. Ascoltare il vissuto dell’altro è imprescindibile  per includerlo, per capirne i bisogni specifici, differenti ad esempio per diverse disabilità. Ciò che è inclusivo per me, come un semaforo che su richiesta non diventa solo verde ma emette in più un suono, può essere utile anche ad una persona anziana che fa fatica ad attraversare la strada,  Altri miei bisogni invece sono  solo miei e basta: per esempio uno schermo che funziona solo a tocco, dove non posso sentire i tasti dei numeri e non riesco a digitare il codice per pagare con la carta di credito alla cassa di un negozio, un autobus che non si ferma e mi lascia a piedi perché non c’è formazione riguardo a  chi si muove con un cane guida o un bastone bianco, uno sportello bancomat dal quale non posso prelevare in autonomia perché funziona solo a tocco e non ha uscita vocale. Questi sono tutti elementi per cui si può lottare e rendere l’ambiente sempre più accessibile a chi ha una disabilità sensoriale visiva. La cecità però è una fragilità che sempre mi mette di fronte al mio  limite e ciò che più di tutto  sgretola ogni barriera è la volontà di collaborazione con l’altro, chiedere e dare aiuto fa superare le difficoltà del momento, crea quei ponti che permettono  anche a me e a Libeccio di camminare liberi e provare a lasciare buone tracce del nostro passaggio.