Un'immagine tratta dalla pagina Facebook di QuaViO odv

Ospitiamo una bellissima riflessione sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, le DAT, della presidente di QuaViO Vanna Galli che dice: “Qual è il limite fra l’angoscia o la paura che ci procura il pensiero di eventuali gravi malattie future, di qualcosa che non potremo controllare e la presa di coscienza che anche in quelle circostanze qualcosa è nelle nostre mani e possiamo noi stessi decidere?”

Dal 2017 a oggi sono passati sei anni per noi fortunati che possiamo ancora vedere il giorno nascere e morire, il sole sorgere e il sole tramontare. 

“Insegnaci a contare i nostri giorni” recita la preghiera e questo  ci vuole ricordare quanto è breve la nostra vita e quanto  rapidamente possa interrompersi  l’alternarsi dei giorni per ciascuno di noi.

Quell’anno 2017, sembra ieri, era il 22 dicembre allorché fu emanata la legge 219. La legge che detta le Norme in materia di consenso informato e di Disposizioni Anticipate di Trattamento, le DAT, come cita il suo acronimo. 

E’ una legge importante la 219, conquistata faticosamente, che segna un passo decisivo verso la garanzia dei diritti dell’uomo, il diritto a non soffrire oltre il proprio limite di sopportazione, il  diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico, il diritto all’autodeterminazione.  In questo caso il Legislatore ha mostrato di essere un passo avanti  rispetto al sentire e al volere del singolo cittadino.

Perché, mi domando, io stessa, come un numero rilevante di persone che incontro, sono e siamo così in ritardo nel compilare e presentare le nostre DAT?

Sono passati circa duemila giorni da quel giorno del 2017 durante i quali ci siamo informati, abbiamo dato informazioni sul suo contenuto, sappiamo abbastanza sulla necessità di presentarle , giovani o anziani che siamo, sappiamo che costituiscono una tutela, che possono essere modificate col tempo, eppure rimandiamo di giorno in giorno: tanto c’è tempo,domani le preparo. Addirittura si parla col nostro medico di fiducia, con un amico, con il familiare a cui vorremmo affidare il nostro destino finale, ma il modulo, già compilato, con l’aiuto magari, del medico prescelto, rimane a giacere su un ripiano. Perché questo passo è così pesante da bloccarci come macigni?

Se la morte ci sorprenderà in piena salute, come un fulmine estivo, non avremo bisogno di tutelarci con le nostre DAT, ma se, come tutti desideriamo, continueremo a oltranza a vedere le aurore e i tramonti,  siamo in balia del nostro destino.

Qual è il limite fra l’angoscia o la paura che ci procura il pensiero di eventuali gravi malattie future, di qualcosa che non potremo controllare e la presa di coscienza che anche in quelle circostanze qualcosa è nelle nostre mani e possiamo noi stessi decidere, avendo già provveduto con un documento, quale sarà per noi il male minore?

Certo per fare il passo che ci tutela bisogna credere profondamente che il limite alla nostra esistenza esiste per ognuno di noi e che, non sapendo quando  e come si concretizzerà, è bene fare oggi quel piccolo gesto di prevenzione di un male che potrebbe essere per noi maggiore.

E’ assurdo dire ai familiari e a noi stessi “se mi succedesse voglio andare in Svizzera”,  avendo come unico scudo alla nostra paura la fuga verso l’eutanasia. 

Se Dio vuole, anzi, in questo caso, se gli uomini vogliono, e l’abbiamo voluto, esistono le Cure Palliative e il diritto alle cure palliative è sancito dalla legge 38 del 2010. Così la nostra Sanità pubblica si prende cura della salute fisica dei cittadini e, attraverso i progressi della ricerca scientifica e della tecnologia, ci garantisce una buona qualità e lunga vita, ma, da qualche anno, ce ne garantisce anche una conclusione dignitosa e quanto più umana possibile.

Le Disposizione Anticipate di Trattamento, le DAT, rientrano a pieno titolo in questo campo di azione.

Facciamo oggi ciò che non potremmo fare domani. Ogni giorno della nostra vita è prezioso e non può essere sprecato , dilazionandolo per non prendere atto della precarietà del nostro esistere.         

Vanna Galli    

     

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