Foto tratta dal Libro “Lettera ad una ragazza del futuro” (Concita De Gregorio, 2020)
Foto tratta dal Libro “Lettera ad una ragazza del futuro” (Concita De Gregorio, 2020)

L’8 marzo è ormai alle porte: la festa delle donne si avvicina. Un avvenimento importante che, quest’anno, per Sienasociale.it si arricchirà ulteriormente proprio grazie alla nostra “Otaria la volontaria” (il personaggio di pura fantasia che racconta altruismo e solidarietà).

Otaria la volontaria

Infatti, domani 7 marzo, Otaria  spiccherà “un altro suo volo” osando dove solo chi osa sognare può, e poi, riesce.

Proprio lei, insieme a chi l’ha inventata, disegnata e dato voce, sarà ospite presso l’Istituto Comprensivo n. 4  “Federigo Tozzi” (classi quinte) per parlare di parità di genere e rispetto tra persone e anche tra persone e animali.

In tutto questo hanno deciso di coinvolgere anche me che certo non mi sono tirata indietro per l’amore che mi lega ad Otaria ma anche al mondo dei bambini!

Otaria la volontaria
Otaria la volontaria

Quindi, pensando a come, proprio io, sarei potuta essere d’aiuto alla mitica Otaria, mi sono imbattuta in un libro di Concita De Gregorio che parla dell’importanza dell’esempio che le persone danno più che delle loro parole.

Duque, sulla scia di ciò ho capito che poteva essere importante riflettere su dove (e da chi) abbiamo imparato l’importanza del rispetto, della gentilezza e del coraggio, coraggio soprattutto di essere noi stessi. In questa, riflessione, ho coinvolto tutta la redazione di Sienasociale.it

Le prime riflessioni sono arrivate dai figli di due di noi: una cosa bellissima perché quel giorno Otaria, più che mai, sarà tra i bambini. A loro l’apertura di questo “collage di pensieri”.

Se la figlia di Giulia scrive «I miei genitori e la maestra mi hanno insegnato a rispettare gli altri. Perché se aiuti gli altri loro un giorno potrebbero aiutare te se sei in difficoltà, aiutare gli altri è bello perché così ci si fanno tanti amici!!!Si può imparare a rispettare gli altri parlando ed ascoltando o con l’esempio dei genitori. Il coraggio per affrontare la vita viene credendo in sé stessi, perché se non credi veramente in te non affronterai mai la vita!», quello di Vale chiosa «mia mamma fin da piccolo mi ha insegnato ad avere rispetto per gli altri. Mi ha insegnato anche ad avere rispetto di me stesso, portando avanti i miei sogni senza mollare mai!». Elisa Mariotti (una delle mamme di Otaria) ha raccontato invece dell’esempio che è stata sua nonna «Alla parola coraggio non posso che associare la parola nonna. Perché sì, la mia nonna è stata molto coraggiosa. Negli anni venti è riuscita a frequentare la scuola fino alla V elementare, quando alle bambine era concesso arrivare solo alla terza. Ha puntato i piedi e, complice la sua maestra, ha convinto la famiglia a farla proseguire. Sapeva che quella era una delle tante ingiustizie e l’ha combattuta, per tutta la sua vita. Negli anni settanta è stata la prima Assessora alla pubblica istruzione e ai servizi ad essa connessi al Comune di Siena, e gli asili nido comunali di oggi, sostegno importante per le famiglie, se esistono è grazie a lei e a chi, insieme a lei, ha lottato per questo. Ma mia nonna sapeva anche che coraggio non significa andare avanti per la propria strada a tutti i costi, senza curarsi delle conseguenze: al contrario, vuol dire avere la forza di portare avanti le proprie idee senza mancare mai di rispetto agli altri. La differenza è sottile, ma c’è.». E anche io (Cristina) ho tirato in ballo mio nonno «Sono cresciuta in una famiglia di 9 persone. Mio nonno – un contadino quasi analfabeta – era “il capo famiglia” ma tutti avevamo uguali diritti e doveri. Se mia sorella andava a scuola con l’autobus anche io dovevo farlo seppure avevo qualche oggettiva difficoltà in più di lei!!!Se c’era da fare la cena non importava che fosse un uomo o una donna a cucinare: l’importante è che si cenasse!! Ho imparato così che, tutti, anche se diversi, siamo uguali e che possiamo aiutarci. A casa mi hanno anche insegnato che era importante dire con garbo le nostre idee ascoltando quelle degli altri perché così, nel bene o nel male, ci si può conoscere davvero e capire come stare ancora meglio insieme.». In linea con noi anche la mitica Stefania che ricorda, e sottolinea proprio l’esempio offertole dai suoi nonni: «Senza tante parole, ma solo col buon esempio, chi mi ha insegnato l’eguaglianza tra i generi, è stato mio nonno materno. Un uomo del 1910 che contro la cultura di quel tempo, contro la propria madre e contro i pregiudizi del paese che lo volevano “uomo-comandante” e “padre padrone”, ha sempre aiutato mia nonna (poliomielitica), in casa, con i figli, con la spesa, nella quotidianità… Tenendola per mano fino all’ultimo giorno». Come Stefania anche Giulia che ci racconta «Mia nonna ha potuto studiare solo fino alla terza elementare con suo grande rammarico, ha iniziato a lavorare quando mio nonno si è ammalato, ed è stata lei a prendersi cura di tutta la famiglia. Non si è mai abbattuta  ed ha sempre avuto tantissimo coraggio , è riuscita ad aiutare tutti senza mai lamentarsi. Mi ha insegnato il rispetto degli altri e di sé stessi. Senza tante parole è stata per me un esempio di vita!»

Proseguendo, un po’ come credevo e speravo, il tema dell’importanza di quanto abbiamo vissuto in famiglia ritorna e unisce un po’ tutti i nostri pensieri, Katy scrive: «Sono nata in una famiglia dove i valori importanti sono sempre stati il rispetto, l’amore per la famiglia e i sacrifici. Mio padre mi ha insegnato tanto ad accettare me stessa e soprattutto non mollare nelle difficoltà più estreme. Mia madre mi ha trasmetto l’amore per gli animali. Ma in famiglia la cosa più importante che ho imparato che nessuno viene dimenticato perché la famiglia è la cosa più importante in questo mondo. E grazie ai miei genitori che hanno fatto sacrifici enormi per darmi un futuro migliore».

Maura, addirittura richiama le due generazioni che l’hanno preceduta: «I miei nonni erano contadini. I miei genitori hanno potuto fare la V elementare e poi hanno dovuto aiutare a casa e andare presto a lavorare. Io sono nata in un piccolo paese. Nella semplicità delle cose e nella forza delle certezze delle cose importanti, mi hanno cresciuta. Perchè non serve il superfluo, serve l’essenziale: l’amore, in tutte le sue forme e declinazioni, la serenità, la salute. Tutti loro mi hanno insegnato che non ci sono differenze tra “normale” e “diverso”. Mi hanno insegnato a dare per ricevere. O senza ricevere. Grazie a loro io ho potuto essere quella che sono. E nel loro esempio vivo.»

Anche Marina inizia il suo racconto rievocando lei bambina: «Da piccola non mi sono mai posta il problema della differenza di genere. Ero unica figlia femmina con tre fratelli maschi; né mio padre né mia madre hanno mai fatto differenze tra noi: ciò che facevano loro potevo farlo io. Da adolescente ho scoperto che queste differenze esistevano, raccontate da amiche e conoscenti, ma a scuola se ne parlava con la preside e le mie professoresse: tutte d’accordo che bisognava combatterle. Sono diventata adulta insegnandolo, ai miei figli e ai miei studenti: la differenza di genere è un’invenzione opportunistica che va combattuta, con tutte le armi della ragione.»

Altre due altre grandi donne, ci offrono anche l’opportunità di vedere come tra due famiglie apparentemente diverse (una più maschile e l’altra più femminile) possono trasmettere medesimi valori.

Infatti, Filo scrive «Sono cresciuta in una famiglia “al maschile”. Tre fratelli maschi ed un mondo d’infanzia ed adolescenza sempre condiviso. “Condiviso” vuol dire che fra noi c’è sempre stata sintonia, armonia e rispetto. Non mi sono mai sentita “in minoranza” e crescere insieme, nel confronto continuo di due modi di vedere le cose, e’ stato il miglior esercizio di libertà che abbia mai acquisito. I miei genitori hanno contribuito moltissimo a rendere possibile ciò e a non evidenziare mai alcun tipo di differenza, seppur le differenze (alcune) sono particolarità, singolarità e vanno valorizzate. Se mi chiedi del senso di indipendenza, ti dico, me lo ha insegnato mia madre. Ed essere indipendenti si sa, vuol dire essere liberi.». Federica, invece, racconta «Sono nata e cresciuta in una famiglia quasi tutta di donne, essendo la terza di tre sorelle. Ogni cosa che ho dentro viene da mia madre. Da lei ho imparato a osservare il mondo, a descriverlo, ad attraversare la vita e a rispettarla. La cosa a cui teneva di più era proprio che noi imparassimo, come donne, a volerci bene e ad avere sempre rispetto di noi stesse. Era buffa mia madre, talvolta proprio insofferente del mondo ancora così diviso nei ruoli tra maschi e femmine che la circondava, per questo ci ha trasmesso la libertà di sentirsi e di essere come vogliamo. Senza paura. Non sopportava il confine della casa come prerogativa femminile. Per questo era pasticciona in cucina, e in ogni cosa che riguardasse la casa preferendo perdersi in una pagina dei promessi sposi o dei un racconto della Mansfield piuttosto che stirare. A casa mia essere donne era quasi un privilegio.». In ultimo, e non per importanza, il pensiero di Giuseppe  che, pone l’accento meno sul passato ma forse più sul suo presente e il suo futuro: «il coraggio lo vedo in tutte le persone. In chi lotta contro una malattia o in chi fa sacrifici per crescere la propria famiglia. Il coraggio per me lo trasmette ogni persona: chiunque affronta la vita. Chiunque insegna. La differenza di genere invece l’ho imparata da una sola persona…peraltro, piccola. La più piccola. Mia figlia Caterina. Lei e’ una piccola donna ed io, uomo, sono orgoglioso e onorato di contribuire alla missione, alla sfida più importante: vederla crescere.».

Alla fine lo sapete che vi dico? Sono felice, perché le parole di tutti noi mi confermano quello che ho letto in tanti libri di psicologia e a delle parole semplici, ma per me belle lascio, la chiusura di questo pezzo che spero sia un augurio per i bambini che incontreranno Otaria e per chiunque abbia la voglia e la pazienza di leggere tutto questo pezzo.

«Non demordere, insisti, non lasciarti ingannare da chi ti racconterà che essere gentili è una debolezza, che è quello che ci si aspetta dalle femmine. Non è così. La gentilezza non ha sesso, è la qualità fondamentale degli umani: alcuni la conservano, altri – sfortunati – la smarriscono. Ribellati, sempre, a chi ti dice come essere: scegli tu a cosa ribellarti, non farti condizionare mai. Tutto il resto verrà di conseguenza» (De Gregorio, 2020)

E ora parola ad Otaria…

Cristina Rigacci 

Psicologo e Psicoterapeuta. Studiosa di dinamiche psicologiche sottese ad una genitorialità difficile o resa tale per la presenza di un figlio che soffre a causa di una malattia o disturbo, ha lavorato per anni con le associazioni senesi “Sesto Senso” e “Asedo” per facilitare l’integrazione di alunni con disabilità e favorire esperienze di autonomia (housing) per un piccolo gruppo di ragazzi Down. E’ tra i soci fondatori di Codini & Occhiali. Fa parte della squadra di Sienasociale.it 

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