Pubblichiamo un pensiero affidato al web di Elena Lorenzini nota professionista senese che racconta la propria esperienza di caregiver per i genitori.

Prendersi cura di una persona con disabilità, di un genitore anziano, figlio o di un familiare con patologie invalidanti rende stanchi, affranti, fragili e, alla lunga, completamente esausti.

Purtroppo di storie come questa ce ne sono moltissime. Le famiglie vengono lasciate sole e, per ricevere qualche aiuto, sembra quasi che non si debba possedere neppure una casa, così da avere un ISEE abbastanza basso per poter rientrare in qualche progetto.

È ciò che è accaduto recentemente anche con mio padre e prima con mia madre. Non bastano tutti i suoi problemi di salute, le difficoltà quotidiane che affronta e l’impegno necessario per assisterlo.

Ci siamo sentiti dire che siamo stati “sfortunati”: se, oltre a non camminare e a essere cieco da un occhio, avesse avuto anche l’Alzheimer, avrebbe potuto accedere a un progetto di assistenza.

Così, invece, la risposta è stata più o meno questa: “lei e il suo familiare dovete  avere pazienza”.

Ma la pazienza, le energie e anche i soldi, prima o poi finiscono. E quando finiscono, chi si prende cura dei caregiver e della persona che non ha scelte se non aspettare qualcuno che lo assisti?

Il riconoscimento del caregiver familiare è urgente, ma una legge da sola non basta: servono servizi realmente accessibili, sostegni concreti e istituzioni capaci di vedere le persone e le loro necessità, senza aspettare che la situazione diventi ancora più grave.

 

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