Ci sono tante coppie che frequentano la stessa associazione di volontariato. Moltissimi, moglie o marito o anche solo fidanzati sono impegnati nel fare del bene al prossimo. Ci siamo allora chiesti se il volontariato “unisce”: se è terreno fertile anche per l’amore. Ecco la risposta che ci ha fornito la dottoressa Cristina Rigacci psicologa e psicoterapeuta

Quando due persone si iniziano a pensare come possibile coppia compiono una scelta che non è razionale e oggettiva, è un movimento regressivo che attiene al conosciuto non pensato. E’ un qualcosa che ognuno compie, nel rapporto con l’altro, incontrando nel partner la possibilità di potere accudire i suoi bisogni e le sue fragilità per come l’altro vuole che siano accuditi.

La coppia si ha se ci sono due persone che “cavalcare” quell’illusione generativa quel giocare dentro l’esperienza essendone parte e che è sostenuta, poi, dal giocare insieme nell’esperienza fisica, emotiva e mentale (Crocetti, 1997). E’ infatti nella costruzione/ condivisione di un progetto che la coppia ha, o può avere, la possibilità di confermarsi come tale e quindi procedere nel mondo: che sia la costruzione di una casa, che sia il mettere al mondo un figlio, l’accudire un animale: se manca un progetto, una o più aree esperienziali di godimento condiviso e goduto, la coppia è maggiormente esposta al fallimento.

E’ il progetto può anche essere il volontariato: fa battere i cuori di chi lo fa e di quelli che lo ricevono!

Ci sono molte coppie nate proprio nelle associazioni di volontariato dove queste hanno avuto una sorta di “funzione cupido” rappresentando già, a priori, esperienze di godimento condivise da entrambi: un terreno comune dove incontrarsi e dove far nascere un progetto diverso, qualcosa di altro rispetto allo stare insieme solo per aiutare il prossimo.

Altre coppie, invece, quasi fossero una sola entità, si sono cimentate in esperienze di questo tipo magari per rinnovare o trovare un nuovo progetto…chissà…

Sicuramente essere il volontariato, in coppia o in solitudine, accresce l’autostima, contribuisce alla pace interiore e, perché no, in alcune circostanze, risponde a personali esigenze: più o meno consciamente, si aiuta il prossimo per ridurre il proprio malessere di fronte alla sofferenza propria e/o altrui (Pangrazi, 1984). Sicuramente, a priori e a prescindere, lo dicono studiosi di tutto il mondo, alla base ci deve essere l’altruismo cioè una “viva inclinazione o amore verso il prossimo, che si traduce in un’attiva partecipazione alla risoluzione di problemi, difficoltà, necessità altrui”. Quindi un comportamento che in psicologia viene chiamato comportamento prosociale (Mancini, 2008).

Psicologo e Psicoterapeuta. Studiosa di dinamiche psicologiche sottese ad una genitorialità difficile o resa tale per la presenza di un figlio che soffre a causa di una malattia o disturbo, ha lavorato per anni con le associazioni senesi “Sesto Senso” e “Asedo” per facilitare l’integrazione di alunni con disabilità e favorire esperienze di autonomia (housing) per un piccolo gruppo di ragazzi Down. E’ tra i soci fondatori di Codini & Occhiali.  Generosità e forza la dottoressa Rigacci è una volontaria speciale.

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