(Auguri a tutte le “Caterina” col sole che si è già rannuvolato perché lei, si sa, ‘unn vòle feste!)

Il 29 aprile si celebra il dies natalis di Santa Caterina da Siena, morta nel 1380. Di lei, Dottore della Chiesa, Patrona d’Italia, d’Europa, patrona secondaria di Roma, patrona delle infermiere, patrona della Nobile Contrada dell’Oca e della Contrada del Drago.

Su di lei tutto è stato scritto e detto. A Siena si dice anche che non amasse le feste per cui, spesso, tra fine aprile e inizio maggio fa piovere. Per umiltà, per non essere celebrata. Come fa anche San Lucchese a Poggibonsi, del resto, celebrato ieri e i poggibonsesi aspettavano l’acqua ma anche ieri non è piovuto: chissà che i due, lassù, quest’anno non si stiano divertendo a “cambiar tempo” (e speriamo in tanti sensi).

A Siena si racconta che in passato nell’Oca, nei giorni in cui non pioveva fosse tradizione che venisse buttata una secchiata d’acqua sull’altare (quello effimero, esterno, opera del grande Agostino Fantastici, anch’esso ocaiolo) proprio per onorare lei che non gradiva festeggiamenti particolari.

Dopo il restauro del prezioso altare, tuttavia, pare che nessuno ci abbia mai provato. Le feste nelle forme attuali (anche se con modifiche nel tempo) risalgono al 1940, dopo la sua elezione a Patrona d’Italia e pochi mesi dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale.

Le prime feste nazionali in onore della
Santa furono molto solenni durarono quindici giorni, dal 14 al 29 aprile. Ogni giornata fu dedicata ad una categoria di persone: i malati, la gioventù femminile, i fanciulli, le famiglie e via dicendo.

Nella giornata finale dei festeggiamenti giunsero a Siena personaggi importanti del mondo politico ed ecclesiastico dell’epoca: il duca di Bergamo in rappresentanza della Casa reale; il Prefetto della Congregazione dei Riti, cardinale Salotti, che benedisse anche la prima pietra per la costruzione del Portico votivo dei Comuni d’Italia (pietra offerta dal governatore di Roma, principe Gian Giacomo Borghese; poi ogni comune d’Italia donò la cifra simbolica che occorreva per comprare un mattone per la costruzione del Portico). Il Portico dei Comuni d’Italia, voluto dall’allora Arcivescovo Mario Toccabelli e terminato nel 1947, fa da ingresso alla casa natale di Santa Caterina e per ricavare lo spazio necessario alla costruzione, venne demolita l’antica chiesa parrocchiale di Sant’Antonio (il titolo parrocchiale fu trasferito alla vicina basilica di San Domenico).

Grande impulso alle celebrazioni venne dato dall’episco citato di Monsignor Mario Ismaele Castellano, che promosse anche la costruzione del monumento sotto le mura della Fortezza Medicea e istituì la cerimonia in Piazza del Campo, con la benedizione alle forze
armate e la presenza delle 17 Consorelle.

Questo, oltre le celebrazioni religiose e gesti simbolici come il dono dell’olio per la lampada votiva che arde nel Santuario offerto, anno dopo anno, dai diversi Comuni del territorio dell’Arcidiocesi di Siena.

Ma cerimonie parallele si dovevano svolgere in tutta Italia: a Roma, a cura dell’antica Arciconfraternita a lei intitolata, con sede in via Giulia, dove per giorni generalmente si rende omaggio alla Santa, a partire dall’offerta floreale al Monumento al suo
bellissimo monumento di Francesco Messina. Oppure a Varazze. Si dice che Caterina, di ritorno da Avignone, si fermò a Varazze il 3 Ottobre del 1376, quando in Liguria imperversava una terribile epidemia di peste. La religiosa senese si raccolse in preghiera,
chiedendo che il male cessasse e l’epidemia miracolosamente cessò così la popolazione, come voto, si impegnò ad costruire una Chiesa in onore della SS. Trinità. Da allora i varazzini, durante la ricorrenza patronale, rendono omaggio a quel voto.

Ma già Girolamo Gigli, nel suo “Diario” ci racconta delle grandi feste che si facevano a Siena in suo onore: la reliquia della testa veniva portata tutto il giorno in processione per tutta la città fermandosi nelle chiese nelle quali era a lei dedicato un altare come San
Francesco o Provenzano. E la sera “al tramontar del sole uno de’ magnifici Gonfalonieri va a chiudere la sacra Testa della Santa nel suo sacrario, d’onde l’ha cavata la mattina, e suol riconoscere la copia autentica del processo fatto per la canonizzazione della Santa che quivi si custodisce e riporta le chiavi al Palazzo pubblico. Sotto l’altare della cappelletta della sagrestia, dove la sacra Testa si ripone, stanno sepolti Giacomo Benincasa padre della Santa Vergine, ed alcuni Fratelli della Medesima”.

E dunque, riprendendo le parole di Caterina “Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature.” (Dialogo della Divina Provvidenza, XII).

E tu, Caterina, intercedi per la tua Siena

 

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